Flusso Canalizzatore

Perchè l’informazione deve essere di tutti

Caro Minzolini, te la spiego io l’immunità parlamentare…

Pubblicato da Doc Brown su Martedì, 10 Novembre 2009

In questo editoriale Augusto Minzolini, direttore del TG1, fa VOLUTAMENTE disinformazione.

Vili attacchi contro il magistrato Antonio Ingroia, che nel corso di una conferenza (potete vedere l’intervento video QUI) tenutasi lo scorso 7 Novembre ha parlato di “Emergenza Democratica”. Minzolini farnetica anche su presunti programmi politici del magistrato, riferimenti a “partiti” composti e fondati da magistrati, e il tutto solo per avere una scusa, per concludere che è necessario tutelare la politica dalla magistratura.

Il direttore fa un escursus storico sulla Immunità Parlamentare commettendo errori madornali (SI SUPPONE VOLUTAMENTE, a meno che non abbia preso il tesserino da giornalista con i Punti Fragola dell’Esselunga) proprio per giustificare una sua eventuale (come avevo scritto tempo fa) reintroduzione.

Riporto la Storia dell’Immunità Parlamentare, scritta da Maria R. Calderoni, trovata su internet.

Da strumento di garanzia parlamentarea detestabile privilegio

La lunga storia dell’immunità
uccisa dalla Mala Politica

Maria R. Calderoni

Ha una sua lunga storia, l’immunità parlamentare. Gli studiosi del ramo ne fanno risalire le origini nell’Inghilterra del Medio Evo, ricordando come la Magna Charta (1215) già contenesse il principio secondo il quale i baroni non potevano essere giudicati se non dai loro pari; Montesquieu ne fa un requisito fondamentale nel sistema della tripartizione dei poteri; la Rivoluzione francese taglia la testa al Re e all’assolutismo, proclamando che nessuno è al di sopra della legge e della sovranità nazionale, e però nel contempo riconoscendo all’Assemblea una precisa immunità a garanzia delle sue funzioni e prerogative. In Italia esiste ben prima dell’Unità.

L’immunità parlamentare è introdotta nello Statuto Albertino, ispirandosi all’art. 44 della Costituzione Belga, che così recita: «Nessun membro dell’una o dell’altra Camera può essere indagato o perseguito a causa delle opinioni e dei voti espressi durante l’esercizio delle sue funzioni». Nel 1848, la norma è recepita in quella Carta Costituzionale del Regno di Sardegna che, dopo il 1861, diventa la Costituzione del Regno d’Italia. Art.51: «I Senatori e i Deputati non sono sindacabili in ragione delle opinioni da loro emesse e dei voti dati alle Camere».L’immunità parlamentare fa ripetutamente parlare di sé.

Nel 1893, governo Giolitti, quando scoppia il colossale scandalo della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, senatore del Regno nonché governatore della banca medesima, invoca l’immunità parlamentare per non finire in manette, ad esempio. Ma nel 1913, ad esempio, Alceste De Ambris, sindacalista socialista, esule e condannato in contumacia per le sue idee politiche, eletto al Parlamento può tornare in patria grazie all’immunità parlamentare.

Il regime fascista la mantiene in vita, usandola a modo proprio, e soprattutto calpestandola con violenza. Nel 1925, alla faccia della conclamata immunità parlamentare, Giuseppe Di Vittorio è arrestato; nel novembre 1926 è mandato in carcere Gramsci. Poi arrivano le leggi speciali, la fine delle prerogative parlamentari, l’inizio della dittatura.

E’ nel dicembre 1947 che l’immunità parlamentare viene di nuovo introdotta come norma costituzionale. A votarla sono i padri costituenti, tra essi De Gasperi, Terracini, La Pira, Togliatti, Moro, Fanfani, De Nicola; 453 voti favorevoli e 62 contrari.

Art. 68: «Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale, a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza».

La norma ha sempre la stessa valenza: salvaguardare la dignità della politica e il suo libero esercizio, impedire persecuzioni o ricatti.

Il dibattito sulla immunità è serrato, ma pochi dissentono. De Gasperi, Togliatti e Nenni non nascondono le implicazioni negative che l’immunità parlamentare può recare con sé; ma sono anche profondamente convinti che il potere politico non deve insidiare quello giudiziario e viceversa; Giovanni Leone, che sarà poi il sesto Capo dello Stato, si dichiara «non favorevole a un troppo largo ampliamento dell’immunità»; Umberto Nobile, il trasvolatore del Polo Nord, eletto come indipendente nelle liste del Pci, dice: «I deputati devono dare esempio agli altri cittadini nella condotta politica, ma anche negli atti della vita privata».

L’immunità parlamentare ha camminato da par suo. Per esempio, nel 1953, Francesco Moranino, il partigiano Gemisto, vittima di una montatura giudiziaria per un tragico episodio di guerra e dal Pci messo “in salvo” a Praga, nel 1953, eletto deputato, può ritornare in Italia grazie all’immunità parlamentare; nel 1968 Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, querelati e denunciati per la loro famosa inchiesta sul Sifar, riescono ad evitare il carcere, sempre grazie alla stessa immunità parlamentare, dopo essere stati eletti nelle liste del Psi; nel 1984, Enzo Tortora, arrestato sotto con l’accusa (falsa) di spaccio, alla sua immunità di eurodeputato rinuncia, con clamore.Ha camminato da par suo dal 22 dicembre 1947 fino al 12 ottobre 1993. Immobile per 46 anni, pur tra sinistri scricchiolii, e sospette derive.

Nel tempo, esposta alle vicende spesso non edificanti della Prima Repubblica, ha finito per trasformarsi (o deformarsi) da strumento di garanzia parlamentare a detestabile privilegio non più legato alla carica istituzionale, bensì allo status di politico in quanto tale; l’autorizzazione a procedere utilizzata come un’arma impropria, come uno scudo per coprire reati piccoli e soprattutto grandi, mafia e corruzione incluse.

Gli orribili Anni Ottanta scorrono, Tangentopoli è alle porte, lo scandalo dilaga: le richieste di autorizzazione a procedere (per corruzione, concussione, ricettazione, finanziamento illecito, abuso), arrivano a centinaia, ma il Parlamento-palude del connubio Dc-Psi le boccia a testa bassa: 186 respinte su 229 solo nell’ultima legislatura, quella che appunto finisce nel ‘92.

E’ il 29 aprile 1993 e il nuovo governo Ciampi, succeduto ad Amato, si è appena insediato; nel pomeriggio la Camera deve votare se concedere o no l’autorizzazione a procedere per cinque richieste della Procura di Milano contro Bettino Craxi, accusato di finanziamento illecito, corruzione, concussione.

La giunta di Montecitorio si pronuncia per il sì; Craxi, in un’autodifesa lunga un’ora, grida al processo sommario; a favore dell’autorizzazione si dichiarano Pds, Rifondazione, Verdi, Rete, Radicali, Pri, Lega, Msi. Si vota a scrutinio segreto, a sorpresa la Camera respinge. Scoppia il putiferio, l’Aula è in subbuglio, la Rete annuncia di auto-sospendersi dal Parlamento, il Pds ritira dal governo i suoi tre ministri, la Lega fa sventolare un cappio da forca e davanti a Montecitorio una folla protesta con bandiere e cartelli. I socialisti si rifugiano all’hotel Raphael e lì Craxi è bersagliato dal lancio delle monetine. Il malaffare politico questa volta è battuto.

L’immunità ha perso la faccia, trascinata sul banco d’accusa come “un privilegio medievale“; “un espediente per sottrarsi alla giustizia“; “un corporativo interesse di parte dalle aberranti conseguenze“.

Tutti contro l’immunità; maggioranza e opposizione il 12 ottobre votano compatti per la sua abrogazione. Alla Camera 525 sì, 5 no e un astenuto; al Senato 224 sì, 7 no e nessun astenuto.

Qui giace l’immunità parlamentare. Uccisa dalla Mala Politica.


 

Maria R. Calderoni
Viene da lontano. Ha una sua lunga storia, l’immunità parlamentare. Gli studiosi del ramo ne fanno risalire le origini nell’Inghilterra del Medio Evo, ricordando come la Magna Charta (1215) già contenesse il principio secondo il quale i baroni non potevano essere giudicati se non dai loro pari; Montesquieu ne fa un requisito fondamentale nel sistema della tripartizione dei poteri; la Rivoluzione francese taglia la testa al Re e all’assolutismo, proclamando che nessuno è al di sopra della legge e della sovranità nazionale, e però nel contempo riconoscendo all’Assemblea una precisa immunità a garanzia delle sue funzioni e prerogative.
In Italia esiste ben prima dell’Unità. L’immunità parlamentare è introdotta nello Statuto Albertino, ispirandosi all’art. 44 della Costituzione Belga, che così recita: «Nessun membro dell’una o dell’altra Camera può essere indagato o perseguito a causa delle opinioni e dei voti espressi durante l’esercizio delle sue funzioni». Nel 1848, la norma è recepita in quella Carta Costituzionale del Regno di Sardegna che, dopo il 1861, diventa la Costituzione del Regno d’Italia. Art.51: «I Senatori e i Deputati non sono sindacabili in ragione delle opinioni da loro emesse e dei voti dati alle Camere».
L’immunità parlamentare fa ripetutamente parlare di sé. Nel 1893, governo Giolitti, quando scoppia il colossale scandalo della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, senatore del Regno nonché governatore della banca medesima, invoca l’immunità parlamentare per non finire in manette, ad esempio. Ma nel 1913, ad esempio, Alceste De Ambris, sindacalista socialista, esule e condannato in contumacia per le sue idee politiche, eletto al Parlamento può tornare in patria grazie all’immunità parlamentare.
Il regime fascista la mantiene in vita, usandola a modo proprio, e soprattutto calpestandola con violenza. Nel 1925, alla faccia della conclamata immunità parlamentare, Giuseppe Di Vittorio è arrestato; nel novembre 1926 è mandato in carcere Gramsci. Poi arrivano le leggi speciali, la fine delle prerogative parlamentari, l’inizio della dittatura. E’ nel dicembre 1947 che l’immunità parlamentare viene di nuovo introdotta come norma costituzionale. A votarla sono i padri costituenti, tra essi De Gasperi, Terracini, La Pira, Togliatti, Moro, Fanfani, De Nicola; 453 voti favorevoli e 62 contrari. Art. 68: «Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale, a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza». La norma ha sempre la stessa valenza: salvaguardare la dignità della politica e il suo libero esercizio, impedire persecuzioni o ricatti.
Il dibattito sulla immunità è serrato, ma pochi dissentono. De Gasperi, Togliatti e Nenni non nascondono le implicazioni negative che l’immunità parlamentare può recare con sé; ma sono anche profondamente convinti che il potere politico non deve insidiare quello giudiziario e viceversa; Giovanni Leone, che sarà poi il sesto Capo dello Stato, si dichiara «non favorevole a un troppo largo ampliamento dell’immunità»; Umberto Nobile, il trasvolatore del Polo Nord, eletto come indipendente nelle liste del Pci, dice: «I deputati devono dare esempio agli altri cittadini nella condotta politica, ma anche negli atti della vita privata».
L’immunità parlamentare ha camminato da par suo. Per esempio, nel 1953, Francesco Moranino, il partigiano Gemisto, vittima di una montatura giudiziaria per un tragico episodio di guerra e dal Pci messo “in salvo” a Praga, nel 1953, eletto deputato, può ritornare in Italia grazie all’immunità parlamentare; nel 1968 Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, querelati e denunciati per la loro famosa inchiesta sul Sifar, riescono ad evitare il carcere, sempre grazie alla stessa immunità parlamentare, dopo essere stati eletti nelle liste del Psi; nel 1984, Enzo Tortora, arrestato sotto con l’accusa (falsa) di spaccio, alla sua immunità di eurodeputato rinuncia, con clamore.
Ha camminato da par suo dal 22 dicembre 1947 fino al 12 ottobre 1993. Immobile per 46 anni, pur tra sinistri scricchiolii, e sospette derive. Nel tempo, esposta alle vicende spesso non edificanti della Prima Repubblica, ha finito per trasformarsi (o deformarsi) da strumento di garanzia parlamentare a detestabile privilegio non più legato alla carica istituzionale, bensì allo status di politico in quanto tale; l’autorizzazione a procedere utilizzata come un’arma impropria, come uno scudo per coprire reati piccoli e soprattutto grandi, mafia e corruzione incluse. Gli orribili Anni Ottanta scorrono, Tangentopoli è alle porte, lo scandalo dilaga: le richieste di autorizzazione a procedere (per corruzione, concussione, ricettazione, finanziamento illecito, abuso), arrivano a centinaia, ma il Parlamento-palude del connubio Dc-Psi le boccia a testa bassa: 186 respinte su 229 solo nell’ultima legislatura, quella che appunto finisce nel ‘92.
E’ il 29 aprile 1993 e il nuovo governo Ciampi, succeduto ad Amato, si è appena insediato; nel pomeriggio la Camera deve votare se concedere o no l’autorizzazione a procedere per cinque richieste della Procura di Milano contro Bettino Craxi, accusato di finanziamento illecito, corruzione, concussione. La giunta di Montecitorio si pronuncia per il sì; Craxi, in un’autodifesa lunga un’ora, grida al processo sommario; a favore dell’autorizzazione si dichiarano Pds, Rifondazione, Verdi, Rete, Radicali, Pri, Lega, Msi. Si vota a scrutinio segreto, a sorpresa la Camera respinge. Scoppia il putiferio, l’Aula è in subbuglio, la Rete annuncia di auto-sospendersi dal Parlamento, il Pds ritira dal governo i suoi tre ministri, la Lega fa sventolare un cappio da forca e davanti a Montecitorio una folla protesta con bandiere e cartelli. I socialisti si rifugiano all’hotel Raphael e lì Craxi è bersagliato dal lancio delle monetine.
Il malaffare politico questa volta è battuto. L’immunità ha perso la faccia, trascinata sul banco d’accusa come “un privilegio medievale”; “un espediente per sottrarsi alla giustizia”; “un corporativo interesse di parte dalle aberranti conseguenze”. Tutti contro l’immunità; maggioranza e opposizione il 12 ottobre votano compatti per la sua abrogazione. Alla Camera 525 sì, 5 no e un astenuto; al Senato 224 sì, 7 no e nessun astenuto.
Qui giace l’immunità parlamentare. Uccisa dalla Mala Politica.

17/10/2009

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Assemblea Partito Democratico Sicilia: Lumia abbandona il congresso per l’elezione del segretario – Contro la logica dell’organigramma

Pubblicato da Doc Brown su Lunedì, 9 Novembre 2009

Immagini e interviste di Simone Di Stefano

Assemblea congressuale del Partito Democratico della Sicilia. Si deve decidere sull’elezione del segretario regionale: I candidati sono Lupo e Beppe Lumia; il terzo candidato alle primarie era Bernardo Mattarella, arrivato terzo. La presidenza dell’Assemblea ha stravolto il programma dei lavori dando a Bernardo Mattarella, escluso dalla competizione, la possibilità di intervenire alla stregua di un candidato al ballottaggio e, allo stesso tempo, impedendo che si aprisse un confronto tra i delegati. A differenza dell’assemblea nazionale, dove Bersani ha cercato (e sta cercando) di far prevalere l’integrazione delle mozioni e una collaborazione costruttiva, in Sicilia si guarda all’organigramma. Un accordo Lupo-Mattarella ha tagliato fuori Beppe Lumia dal gioco della segreteria, la sua mozione (Mozione_Lumia) non è stata integrata e si è guardato solamente alla spartizione delle poltrone. Non è un caso se sia Mattarella che Lupo nei loro interventi non hanno parlato di programma, ma hanno posto come priorità le dimissioni di Antonello Cracolici da capogruppo, con cui hanno condiviso la linea di innovazione del PD all’Ars.

Assemblea democratica o assemblea democristiana?

Il filmato parla da solo, guardate, ascoltate e diffondete! Perché tutti sappiano cosa succede in Sicilia.

E questo vuole essere il partito d’opposizione?

A questo punto viene da domandarsi: “A quando l’ingresso di Cuffaro all’interno del PD?”.

RISSA ALL’ASSEMBLEA REGIONALE PD SICILIA

Le immagini della rissa (immagini di Matteo Scirè, Maria Ficano e Francesca Scaglione)

UNITA’ ATTORNO A PROGETTUALITA’ E NON ORGANIGRAMMA

Le tre proposte progettuali vanno integrate. L’unità del partito si costruisce attorno alla progettualita’ e non all’organigramma. A livello nazionale si è proceduto così: Bersani ha fatto scelte non previste per integrare le proposte dell’area Franceschini e della mozione Marino. Qui in Sicilia tutto questo e’ stato bloccato, non ci e’ stata data la possibilita’ di integrare la progettualità e farla diventare patrimonio e scelta comune e anche nei lavori congressuali si è scelto di fare questo, contravvenendo all’anima che il partito si vuole dare in Sicilia e contravvenendo allo spirito congressuale che il partito si sta dando in tutta Italia.

Oggi si voleva fare un congresso pilotato, senza dibattito, senza progetto, col solo obiettivo di ratificare un organigramma delle poltrone già chiuso: nuovo capogruppo all’Ars Bernardo Mattarella e così via per la presidenza e la vice segreteria regionale. Per questo abbiamo deciso di abbandonare i lavori, per non diventare complici di un gioco di potere che vuole stritolare la vera essenza della democrazia e che con il Partito Democratico non ha nulla a che vedere.

La presidenza dell’Assemblea ha stravolto il programma dei lavori dando a Bernardo Mattarella, escluso dalla competizione, la possibilità di intervenire alla stregua di un candidato al ballottaggio e, allo stesso tempo, impedendo che si aprisse un confronto tra i delegati. Di fronte a questo non potevamo stare al gioco di un preambolo, quello dell’accordo Lupo-Matarella, funzionale alla ricomposizione del centrodestra e al ritorno del cuffarismo. Non è un caso se sia Mattarella che Lupo nei loro interventi non hanno parlato di programma, ma hanno posto come priorità le dimissioni di Antonello Cracolici da capogruppo, con cui hanno condiviso la linea di innovazione del PD all’Ars.

Il nostro progetto comunque continuerà e metterà al centro la formazione all’interno del Partito, un contrasto netto alla privatizzazione dell’acqua e alla mala gestione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti e un grande investimento sulla scuola.

Tratto dal sito di Beppe Lumia

MA CHI E’ BEPPE LUMIA?

Giuseppe Lumia è nato a Termini Imerese il 28 giugno 1960. Consulente piccole e medie imprese, formatore manager d’impresa, ha iniziato il suo impegno sociale con l’Azione Cattolica Italiana dove ha ricoperto vari incarichi: responsabile del Movimento Studenti della diocesi di Palermo, consigliere diocesano del settore giovani, vice Presidente nazionale della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). È stato Responsabile nazionale del settore Cooperative sociali del Centro nazionale per lo sviluppo della cooperazione e dell’autogestione (Cenasca nazionale), nonché Consulente Formez per le politiche sociali del volontariato e per i soggetti sociali non profit del Mezzogiorno. Per diversi anni ha ricoperto l’incarico di Presidente nazionale del MOVI (Movimento di Volontariato Italiano), con il risultato di federare più di mille gruppi di volontariato in Italia. È tra i promotori del Terzo Settore Sociale, che raccoglie in tutta Italia esponenti del volontariato, dell’associazionismo, del lavoro e delle imprese: per coniugare legalità e sviluppo, contro la mafia e l’individualismo, per una cultura di giustizia sociale, di pace, di salvaguardia dell’ambiente. Ha promosso, inoltre, la “Costituente della Strada” ed il Movimento politico “Agire solidale”.

Nel 1990 partecipa da indipendente alla fondazione del Partito Democratico della Sinistra, divenendo componente del Primo Comitato Nazionale. Aderisce in seguito ai Democratici di Sinistra, entrando a far parte della Direzione Nazionale.

Il 13 aprile 2008 è eletto Presidente dell’Assemblea costituente del PD siciliano.

Attualmente è senatore della Repubblica. Membro della 5ª Commissione permanente (Bilancio) e componente della Commissione Parlamentare Antimafia, fa parte del Gruppo del Partito Democratico.

Oltre alla lotta alla mafia, si è occupato in particolare della chiusura dei residui manicomiali (Relatore dell’indagine conoscitiva sulla chiusura degli ospedali psichiatrici), della Croce Rossa (Relatore dell’indagine conoscitiva sulla croce Rossa Italiana), della riforma dell’assistenza e del settore delle tossicodipendenze, argomento di cui si occupa da diversi anni (Relatore della legge 45 del 9 febbraio 1999 sulle tossicodipendenze).

Numerose le iniziative intraprese e le proposte di legge presentate come primo firmatario e cofirmatario in materia di: promozione della piccola e media impresa nel settore dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio, della pesca, dell’industria e del turismo; assistenza dei servizi sociali a favore del singolo e del nucleo familiare; innalzamento del limite d’età per l’accesso alla Pubblica Amministrazione; interventi di prevenzione delle condizioni di disagio e di povertà; assistenza farmaceutica e sanità; razionalizzazione della finanza pubblica; disposizioni per l’attuazione del testo unico sulle tossicodipendenze; misure per il risanamento e l’occupazione nelle aree depresse.

Tratto dal sito di Beppe Lumia

Errata Corrige: Ci è pervenuta una mail da parte di M. S., nella quale testualmente ci dice:

Si prega di togliere anno zero dalla notizia perchè il video non è un servizio di annozero.Grazie

Abbiamo accolto la richiesta modificando il titolo. Sottolineiamo, comunque, che non era nostra intenzione appropiarci del “marchio” Anno Zero. La dicitura nel precedente titolo voleva solamente sottolineare il fatto che questi comportamenti utilizzati e le logiche della spartizione delle poltrone, sono comportamenti del passato che male fanno alla politica. Anno Zero voleva essere, quindi, un chiaro riferimento al passato.

Ci scusiamo per il qui, pro, quo.

Doc Brown.

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Annozero 5 Novembre – Intervento di Marco Travaglio e vignette di Vauro

Pubblicato da Doc Brown su Venerdì, 6 Novembre 2009

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Annozero le vignette di Vauro 29 Ottobre 2009

Pubblicato da Doc Brown su Venerdì, 30 Ottobre 2009

La comicità e la satira politica graffiante delle vignette di Vauro è sempre stupefacente :)
Satira che parte da Marrazzo, arriva a Berlusconi, passando da Bersani e Rutelli… eh eh…

Buona visione!

Doc Brown.

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Siamo proprio una bella Repubblica delle Banane…

Pubblicato da Doc Brown su Giovedì, 29 Ottobre 2009

banana republic

Mi ero ripromesso di postare il 21 ottobre, poco prima delle Primarie, per fare una riflessione… Non l’ho fatto, sia per impegni personali, sia perché i risultati erano praticamenbte scontati. Qali sono le novità di questa settimana post primarie? C’è anche la vicenda Marrazzo che di sicuro conoscerete… L’ultima del malato di scarlattina è l’ennesimo attacco ai giudici… Sembra che si sia fatto un collegamento diretto con Ballarò… Mi domando il perché non vada ospite… Ma forse ha paura di fare brutta figura dove non ha giornalisti lecchini.. Non ho voglia di parlare, non ho voglia di dire nulla. Sono solo stanco di sentire sempre le solite, solite, solite prediche… Da un lato l’attacco ai giudici, dall’altro lato gli attacchi al presidente del Consiglio… E’ dal 1994 che si continua così, e forse tutti hanno dimenticato i problemi degli italiani. Casini adesso andrà a braccetto con Rutelli & C. e, nelle trasmissioni, inizia a pronunciare le parole: “parliamo dei reali problemi degli italiani”… Ma senza mai prendere uno straccio di argomento reale.. Sarà forse che si inizia a fare campagna elettorale per le Regionali? Di Pietro è l’unico ad avere già un programma visibile sul suo sito web nel quale dimostra di voler realmente parlare di risoluzioni di problemi, ma non viene dato spazio alle sue proposte, d’altronde sta all’opposizione.. E quando interviene sul nucleare al question time, contestando l’operato del Governo in merito ai siti di stoccaggio dei rifiuti radioattivi, proponendo reali alternative, nessuno ne parla… E i lecchini del parlamento continuano a chiudersi e negano l’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro Matteoli… Non ultimo, la legge che sta elaborando Ghedini per il trasferimento dei processi (del premier) da Milano a Roma.. Tutto per arrivare alla prescrizione (come avevo previsto tempo fa..), la scuola che va a rotoli, le università che si stanno distruggendo, la ricerca che viene sbeffeggiata e i cervelli italiani che espatriano all’estero.. Mentre i nostri giovani vengono curati a suon di pane e grande fratello, e le nostre ragazzine prendono lezioni di corteggiamento da uomini e donne.. Siamo proprio una bella Repubblica delle Banane..

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Confronto primarie PD Marino Franceschini Bersani

Pubblicato da Doc Brown su Martedì, 20 Ottobre 2009

Ecco a voi il confronto tra Ignazio Marino, Dario Franceschini e Pierluigi Bersani, i tre candidati alla segreteria tenutosi il 16 ottobre.

Potete scaricare un raffronto tra i tre punti di vista delle materie cliccando qui.

Domani pubblicherò un editoriale con il mio punto di vista sui candidati e sulle primarie.

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