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"Vi porto i saluti di uno che si chiama... uno abbronzato... Ah, Barack Obama. Voi non ci crederete, ma sono andati a prendere il sole in spiaggia in due, perché è abbronzata anche la moglie"
(27 Settembre 2009)
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Pubblicato da Doc Brown su Martedì, 10 Novembre 2009
Testo:
Buongiorno a tutti. Siamo arrivati alla soluzione finale, all’ultima partita: il Cavaliere ha ordinato, ha intimato ai suoi alleati, a cominciare dai leaders interni alla sua maggioranza e al suo partito, quindi rispettivamente Bossi e Fini, con tutti i capigruppo, di vedersi al più presto in settimana e lì firmare un giuramento non di fedeltà, ma di impunità per Berlusconi stesso: chi non ci sta è fuori dalla maggioranza. Se la maggioranza non c’è più su questo provvedimento si torna a votare: non si è capito bene per quale motivo il Cavaliere sia così disperato, visto che si pensava che i suoi processi fossero tutti destinati alla prescrizione. Ma evidentemente c’è qualcosa che lui sa e che noi non sappiamo, perché non parla di altro e non pensa a altro da quando è stato bocciato il Lodo Alfano.
Ci siamo: colpo di Stato
Vorrei fare poco lo spiritoso oggi, perché credo che siamo in pieno colpo di Stato: l’aria tutt’altro che allegra che aveva il Presidente della Camera, Fini, ieri sera nella bellissima intervista che ha fatto con Fabio Fazio secondo me dimostra chiaramente la tensione e la gravità del momento, siamo di fronte a uno squilibrato o, in alternativa, a un delinquente di tali proporzioni da non riuscire più a controllarsi. Una persona che sa di averne combinate tante e tali per cui deve giocarsi il tutto per tutto, mettendo per iscritto in una legge che lui non deve essere processato, perché questo è il senso di quello che succede questa settimana: i suoi reati non esistono più, i suoi processi non esistono più per legge, con la firma degli alleati, onde evitare che qualcuno si vergogni, arrossisca e scopra dopo le conseguenze di quello che si sta facendo e si tiri indietro. E’ un momento drammatico, forse ancora più drammatico dei tanti che già ci erano sembrati drammatici nel passato, perché nel passato si tentava di coprire con uno strato di vaselina, di ipocrisia le leggi per salvare Berlusconi dai processi: c’era sempre qualcun altro disposto a firmarle, c’era sempre qualche finta ragione generale per giustificare ciò che si faceva e invece no, questa volta questo impunito, questa vergogna ambulante se ne va in giro minacciando i suoi alleati e dicendo “ la firmo io, lo presento io, la stanno scrivendo i miei Avvocati, la firmiamo noi e la firmate anche voi e c’è scritto che io non devo essere processato, anche se la Corte Costituzionale ha appena detto che devo essere processato come tutti gli altri, anche se la legge dice che io devo essere processato, anche se la Costituzione dice che devo essere processato, anche se la magistratura dice che devo essere processato. Adesso facciamo un colpo di Stato, ci costituiamo come i governi in esilio, praticamente, i governi clandestini che si danno delle regole proprie, estranee a quelle del Paese nel quale vivono e si arroccano in qualche nascondiglio, preparando la riscossa.
Pubblicato da Doc Brown su Martedì, 10 Novembre 2009
In questo editoriale Augusto Minzolini, direttore del TG1, fa VOLUTAMENTE disinformazione.
Vili attacchi contro il magistrato Antonio Ingroia, che nel corso di una conferenza (potete vedere l’intervento video QUI) tenutasi lo scorso 7 Novembre ha parlato di “Emergenza Democratica”. Minzolini farnetica anche su presunti programmi politici del magistrato, riferimenti a “partiti” composti e fondati da magistrati, e il tutto solo per avere una scusa, per concludere che è necessario tutelare la politica dalla magistratura.
Il direttore fa un escursus storico sulla Immunità Parlamentare commettendo errori madornali (SI SUPPONE VOLUTAMENTE, a meno che non abbia preso il tesserino da giornalista con i Punti Fragola dell’Esselunga) proprio per giustificare una sua eventuale (come avevo scritto tempo fa) reintroduzione.
Riporto la Storia dell’Immunità Parlamentare, scritta da Maria R. Calderoni, trovata su internet.
Da strumento di garanzia parlamentarea detestabile privilegio
La lunga storia dell’immunità
uccisa dalla Mala Politica
Maria R. Calderoni
Ha una sua lunga storia, l’immunità parlamentare. Gli studiosi del ramo ne fanno risalire le origini nell’Inghilterra del Medio Evo, ricordando come la Magna Charta (1215) già contenesse il principio secondo il quale i baroni non potevano essere giudicati se non dai loro pari; Montesquieu ne fa un requisito fondamentale nel sistema della tripartizione dei poteri; la Rivoluzione francese taglia la testa al Re e all’assolutismo, proclamando che nessuno è al di sopra della legge e della sovranità nazionale, e però nel contempo riconoscendo all’Assemblea una precisa immunità a garanzia delle sue funzioni e prerogative. In Italia esiste ben prima dell’Unità.
L’immunità parlamentare è introdotta nello Statuto Albertino, ispirandosi all’art. 44 della Costituzione Belga, che così recita: «Nessun membro dell’una o dell’altra Camera può essere indagato o perseguito a causa delle opinioni e dei voti espressi durante l’esercizio delle sue funzioni». Nel 1848, la norma è recepita in quella Carta Costituzionale del Regno di Sardegna che, dopo il 1861, diventa la Costituzione del Regno d’Italia. Art.51: «I Senatori e i Deputati non sono sindacabili in ragione delle opinioni da loro emesse e dei voti dati alle Camere».L’immunità parlamentare fa ripetutamente parlare di sé.
Nel 1893, governo Giolitti, quando scoppia il colossale scandalo della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, senatore del Regno nonché governatore della banca medesima, invoca l’immunità parlamentare per non finire in manette, ad esempio. Ma nel 1913, ad esempio, Alceste De Ambris, sindacalista socialista, esule e condannato in contumacia per le sue idee politiche, eletto al Parlamento può tornare in patria grazie all’immunità parlamentare.
Il regime fascista la mantiene in vita, usandola a modo proprio, e soprattutto calpestandola con violenza.Nel 1925, alla faccia della conclamata immunità parlamentare, Giuseppe Di Vittorio è arrestato; nel novembre 1926 è mandato in carcere Gramsci. Poi arrivano le leggi speciali, la fine delle prerogative parlamentari, l’inizio della dittatura.
E’ nel dicembre 1947 che l’immunità parlamentare viene di nuovo introdotta come norma costituzionale. A votarla sono i padri costituenti, tra essi De Gasperi, Terracini, La Pira, Togliatti, Moro, Fanfani, De Nicola; 453 voti favorevoli e 62 contrari.
Art. 68: «Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale, a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza».
La norma ha sempre la stessa valenza: salvaguardare la dignità della politica e il suo libero esercizio, impedire persecuzioni o ricatti.
Il dibattito sulla immunità è serrato, ma pochi dissentono. De Gasperi, Togliatti e Nenni non nascondono le implicazioni negative che l’immunità parlamentare può recare con sé; ma sono anche profondamente convinti che il potere politico non deve insidiare quello giudiziarioe viceversa; Giovanni Leone, che sarà poi il sesto Capo dello Stato, si dichiara «non favorevole a un troppo largo ampliamento dell’immunità»; Umberto Nobile, il trasvolatore del Polo Nord, eletto come indipendente nelle liste del Pci, dice: «I deputati devono dare esempio agli altri cittadini nella condotta politica, ma anche negli atti della vita privata».
L’immunità parlamentare ha camminato da par suo.Per esempio, nel 1953, Francesco Moranino, il partigiano Gemisto, vittima di una montatura giudiziaria per un tragico episodio di guerra e dal Pci messo “in salvo” a Praga, nel 1953, eletto deputato, può ritornare in Italia grazie all’immunità parlamentare; nel 1968 Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, querelati e denunciati per la loro famosa inchiesta sul Sifar, riescono ad evitare il carcere, sempre grazie alla stessa immunità parlamentare, dopo essere stati eletti nelle liste del Psi; nel 1984, Enzo Tortora, arrestato sotto con l’accusa (falsa) di spaccio, alla sua immunità di eurodeputato rinuncia, con clamore.Ha camminato da par suo dal 22 dicembre 1947 fino al 12 ottobre 1993. Immobile per 46 anni, pur tra sinistri scricchiolii, e sospette derive.
Nel tempo, esposta alle vicende spesso non edificanti della Prima Repubblica, ha finito per trasformarsi (o deformarsi) da strumento di garanzia parlamentare a detestabile privilegio non più legato alla carica istituzionale, bensì allo status di politico in quanto tale; l’autorizzazione a procedere utilizzata come un’arma impropria, come uno scudo per coprire reati piccoli e soprattutto grandi, mafia e corruzione incluse.
Gli orribili Anni Ottanta scorrono, Tangentopoli è alle porte, lo scandalo dilaga: le richieste di autorizzazione a procedere (per corruzione, concussione, ricettazione, finanziamento illecito, abuso), arrivano a centinaia, ma il Parlamento-palude del connubio Dc-Psi le boccia a testa bassa: 186 respinte su 229solo nell’ultima legislatura, quella che appunto finisce nel ‘92.
E’ il 29 aprile 1993 e il nuovo governo Ciampi, succeduto ad Amato, si è appena insediato; nel pomeriggio la Camera deve votare se concedere o no l’autorizzazione a procedere per cinque richieste della Procura di Milano contro Bettino Craxi, accusato di finanziamento illecito, corruzione, concussione.
La giunta di Montecitorio si pronuncia per il sì; Craxi, in un’autodifesa lunga un’ora, grida al processo sommario; a favore dell’autorizzazione si dichiarano Pds, Rifondazione, Verdi, Rete, Radicali, Pri, Lega, Msi. Si vota a scrutinio segreto, a sorpresa la Camera respinge. Scoppia il putiferio, l’Aula è in subbuglio, la Rete annuncia di auto-sospendersi dal Parlamento, il Pds ritira dal governo i suoi tre ministri, la Lega fa sventolare un cappio da forcae davanti a Montecitorio una folla protesta con bandiere e cartelli. I socialisti si rifugiano all’hotel Raphael e lì Craxi è bersagliato dal lancio delle monetine. Il malaffare politico questa volta è battuto.
L’immunità ha perso la faccia, trascinata sul banco d’accusa come “un privilegio medievale“; “un espediente per sottrarsi alla giustizia“; “un corporativo interesse di parte dalle aberranti conseguenze“.
Tutti contro l’immunità; maggioranza e opposizione il 12 ottobre votano compatti per la sua abrogazione. Alla Camera 525 sì, 5 no e un astenuto; al Senato 224 sì, 7 no e nessun astenuto.
Qui giace l’immunità parlamentare. Uccisa dalla Mala Politica.
Maria R. Calderoni
Viene da lontano. Ha una sua lunga storia, l’immunità parlamentare. Gli studiosi del ramo ne fanno risalire le origini nell’Inghilterra del Medio Evo, ricordando come la Magna Charta (1215) già contenesse il principio secondo il quale i baroni non potevano essere giudicati se non dai loro pari; Montesquieu ne fa un requisito fondamentale nel sistema della tripartizione dei poteri; la Rivoluzione francese taglia la testa al Re e all’assolutismo, proclamando che nessuno è al di sopra della legge e della sovranità nazionale, e però nel contempo riconoscendo all’Assemblea una precisa immunità a garanzia delle sue funzioni e prerogative.
In Italia esiste ben prima dell’Unità. L’immunità parlamentare è introdotta nello Statuto Albertino, ispirandosi all’art. 44 della Costituzione Belga, che così recita: «Nessun membro dell’una o dell’altra Camera può essere indagato o perseguito a causa delle opinioni e dei voti espressi durante l’esercizio delle sue funzioni». Nel 1848, la norma è recepita in quella Carta Costituzionale del Regno di Sardegna che, dopo il 1861, diventa la Costituzione del Regno d’Italia. Art.51: «I Senatori e i Deputati non sono sindacabili in ragione delle opinioni da loro emesse e dei voti dati alle Camere».
L’immunità parlamentare fa ripetutamente parlare di sé. Nel 1893, governo Giolitti, quando scoppia il colossale scandalo della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, senatore del Regno nonché governatore della banca medesima, invoca l’immunità parlamentare per non finire in manette, ad esempio. Ma nel 1913, ad esempio, Alceste De Ambris, sindacalista socialista, esule e condannato in contumacia per le sue idee politiche, eletto al Parlamento può tornare in patria grazie all’immunità parlamentare.
Il regime fascista la mantiene in vita, usandola a modo proprio, e soprattutto calpestandola con violenza. Nel 1925, alla faccia della conclamata immunità parlamentare, Giuseppe Di Vittorio è arrestato; nel novembre 1926 è mandato in carcere Gramsci. Poi arrivano le leggi speciali, la fine delle prerogative parlamentari, l’inizio della dittatura. E’ nel dicembre 1947 che l’immunità parlamentare viene di nuovo introdotta come norma costituzionale. A votarla sono i padri costituenti, tra essi De Gasperi, Terracini, La Pira, Togliatti, Moro, Fanfani, De Nicola; 453 voti favorevoli e 62 contrari. Art. 68: «Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale, a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza». La norma ha sempre la stessa valenza: salvaguardare la dignità della politica e il suo libero esercizio, impedire persecuzioni o ricatti.
Il dibattito sulla immunità è serrato, ma pochi dissentono. De Gasperi, Togliatti e Nenni non nascondono le implicazioni negative che l’immunità parlamentare può recare con sé; ma sono anche profondamente convinti che il potere politico non deve insidiare quello giudiziario e viceversa; Giovanni Leone, che sarà poi il sesto Capo dello Stato, si dichiara «non favorevole a un troppo largo ampliamento dell’immunità»; Umberto Nobile, il trasvolatore del Polo Nord, eletto come indipendente nelle liste del Pci, dice: «I deputati devono dare esempio agli altri cittadini nella condotta politica, ma anche negli atti della vita privata».
L’immunità parlamentare ha camminato da par suo. Per esempio, nel 1953, Francesco Moranino, il partigiano Gemisto, vittima di una montatura giudiziaria per un tragico episodio di guerra e dal Pci messo “in salvo” a Praga, nel 1953, eletto deputato, può ritornare in Italia grazie all’immunità parlamentare; nel 1968 Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, querelati e denunciati per la loro famosa inchiesta sul Sifar, riescono ad evitare il carcere, sempre grazie alla stessa immunità parlamentare, dopo essere stati eletti nelle liste del Psi; nel 1984, Enzo Tortora, arrestato sotto con l’accusa (falsa) di spaccio, alla sua immunità di eurodeputato rinuncia, con clamore.
Ha camminato da par suo dal 22 dicembre 1947 fino al 12 ottobre 1993. Immobile per 46 anni, pur tra sinistri scricchiolii, e sospette derive. Nel tempo, esposta alle vicende spesso non edificanti della Prima Repubblica, ha finito per trasformarsi (o deformarsi) da strumento di garanzia parlamentare a detestabile privilegio non più legato alla carica istituzionale, bensì allo status di politico in quanto tale; l’autorizzazione a procedere utilizzata come un’arma impropria, come uno scudo per coprire reati piccoli e soprattutto grandi, mafia e corruzione incluse. Gli orribili Anni Ottanta scorrono, Tangentopoli è alle porte, lo scandalo dilaga: le richieste di autorizzazione a procedere (per corruzione, concussione, ricettazione, finanziamento illecito, abuso), arrivano a centinaia, ma il Parlamento-palude del connubio Dc-Psi le boccia a testa bassa: 186 respinte su 229 solo nell’ultima legislatura, quella che appunto finisce nel ‘92.
E’ il 29 aprile 1993 e il nuovo governo Ciampi, succeduto ad Amato, si è appena insediato; nel pomeriggio la Camera deve votare se concedere o no l’autorizzazione a procedere per cinque richieste della Procura di Milano contro Bettino Craxi, accusato di finanziamento illecito, corruzione, concussione. La giunta di Montecitorio si pronuncia per il sì; Craxi, in un’autodifesa lunga un’ora, grida al processo sommario; a favore dell’autorizzazione si dichiarano Pds, Rifondazione, Verdi, Rete, Radicali, Pri, Lega, Msi. Si vota a scrutinio segreto, a sorpresa la Camera respinge. Scoppia il putiferio, l’Aula è in subbuglio, la Rete annuncia di auto-sospendersi dal Parlamento, il Pds ritira dal governo i suoi tre ministri, la Lega fa sventolare un cappio da forca e davanti a Montecitorio una folla protesta con bandiere e cartelli. I socialisti si rifugiano all’hotel Raphael e lì Craxi è bersagliato dal lancio delle monetine.
Il malaffare politico questa volta è battuto. L’immunità ha perso la faccia, trascinata sul banco d’accusa come “un privilegio medievale”; “un espediente per sottrarsi alla giustizia”; “un corporativo interesse di parte dalle aberranti conseguenze”. Tutti contro l’immunità; maggioranza e opposizione il 12 ottobre votano compatti per la sua abrogazione. Alla Camera 525 sì, 5 no e un astenuto; al Senato 224 sì, 7 no e nessun astenuto.
Qui giace l’immunità parlamentare. Uccisa dalla Mala Politica.